Aforisma 12 – James Senese Dixit
L’aforisma di oggi è dedicato a un grande musicista purtroppo scomparso da poco e che con un paio di assoli ha conquistato una posizione fissa nella mia scarsissima memoria tutta occupata com’è a spolverare, lucidare e rendere sempre accessibili alcuni (pochi) concetti, un certo numero di linee melodiche, diverse immagini e tante, tantissime barzellette.
I due assoli “incriminati” sono quello su Quannu chiove (album: “Nero a metà”, 1980) al quale di sicuro prima o poi dedicherò un altro aforisma, e l’oggetto dell’articolo di oggi, il mio preferito, sul brano Chi ten’o mare (album: “Pino Daniele”, 1979).
Una caratteristica che accomuna questi due soli è che iniziano entrambi sul cantato, rendendo così più intenso il significato e la forza delle parole con le quali rispettivamente terminano la prima strofa di Quannu chiova e la seconda di Chi ten’o mare.
In Chi ten’o mare, l’entrata del sax di Senese evidenza la parola “niente” che chiude l’amara conclusione chi ten’o mare nun tiene niente, e lo fa con un urlo straziante; un barrito degno del modello dichiarato del Senese adolescente il quale pare sia stato folgorato dall’ascolto di un disco di Coltrane il cui suono il nostro chiaramente cerca di emulare.
Ma se il suono di Senese è coltraniano, la poetica che esprime nei dischi di Pino Daniele (1995-2015) – al quale ho già indirettamente dedicato un mio ricordo personale in occasione della sua scomparsa (si veda l’aforisma incentrato su un solo di Joe Amoruso) – è piuttosto ispirata a una originalissima napoletanità soul e blues, all’epoca (era il 1979) di sicuro una novità nel panorama nostrano.
Con l’urlo di cui parlavo prima, un Sol 5 pieno, deciso, forte, a 1:33 inizia l’assolo cui questo aforisma è dedicato, e quello stesso sol – dopo un’altra forte denuncia a 1:58, stavolta affidata al Fa 4 – tornerà a urlare altre due volte, al minuto 2:16 e 2:22.
Il motivo per il quale ho scelto di intitolare questa rubrica “Aforismi” – ogni tanto vale la pena ricordarlo – è proprio che, come spiegavo nella prima puntata, alcuni “periodi” musicali, con le loro frasi e fraseggi, mi appaiono pensieri in musica degni di essere citati quanto lo sono quelli, classicamente espressi con parole, di famosi scienziati, poeti, politici, … Insomma, mi piace riguardare tanti motivi musicali come concetti, discorsi, teorie, denunce, confessioni… espressi in musica e non con le parole cui siamo abituati e, proprio per questo, credo valga la la pena mandari a memoria per poi eventualmente citarli su un palco, in studio, “chiacchierando” durante le prove con altri musicisti o qui, su Doctor Harp.
L’assolo di Senese oggetto di questo articolo si colloca al di sopra di un ribollire sonoro magnificamente costruito da musicisti del calibro di Rino Zurzolo (cb), Rosario Jermano (perc.)* e Agostino Marangolo (dr) (oltre, ovviamente, allo stesso Pino Daniele alla voce e alla chitarra) e mi appare del tutto assimilabile a un discorso concitato fatto in piazza davanti ad amici che ti comprendono perché vivono una situazione del tutto analoga; o forse lo immagino come una lamentela privata, a tratti incazzata, a tratti rassegnata, che mi piace pensare in dialetto rigorosamente napoletano.
Se quel Sol nella quinta ottava urla, i due rantoli emessi – il primo più timido con un Fa 3, punto più basso di tutto il solo (il più alto è un debole Si 4 nella coda finale dell’assolo), il secondo con un La 3 deciso e sofferto – fa da contraltare e, per contrasto, rafforza quanto il testo denuncia. Sarà forse utile notare qui che, dato il range di altezze entro il quale questo assolo si sviluppa, l’unica possibilità offerta a un’armonicista che intenda suonarlo senza trasportare tutto un’ottava più in alto è di usare una cromatica a 64 voci.
Indagando sul significato del testo, ho scoperto che la rete si divide tra chi sostiene che la metafora del mare serva a denunciare la grande povertà di chi possiede solo ciò che gli viene donato di default dalla Natura, legando al contempo la sua vita alla necessità di dover fare di quel pezzo di realtà il suo unico strumento per vivere – forse, a supporto di questa tesi, si potrebbe anche prendere in considerazione un brano come “Campagna” dello storico gruppo “Napoli centrale” capeggiato dallo stesso Senese: https://www.youtube.com/watch?v=W00i_MBlKXI -, e chi invece sostiene che il brano parli di un mare interiore, responsabile dell’ipersensibilità di alcune persone. Un “mare dentro” che costringe a vivere un forte senso di nostalgia, di spaesamento capace di renderti “fess’e cuntent'”.
Quale che fosse la reale intenzione poetica di Pino Daniele, il dialetto musicale che Senese qui parla mi sembra risiedere tutto nell’uso oserei direi pervicace della pentatonica di Mi minore che sceglie anche quando il brano, pur essendo in quella tonalità, si sposta su accordi diversi: il Sol col quale il solo inizia è chiaramente la settima dell’accordo di Am7 sottostante la fine della strofa. Per un attimo fugace la frase cerca appoggio su un si del quale possiamo giustificare la presenza in quel punto pensandolo come la nona di la minore, ma che, come a mio parere dimostra il prosieguo, non è nient’altro che la prima forte dichiarazione della ferma intenzione di rimanere ancorato alla pentatonica costruita sulla stessa tonalità del brano.
Sull’accordo successivo, il Dm7, il musicista partenopeo piazza e ripete con decisione una quartina costituita dalla sequenza Mi 3 – La 3 – Si 3 – Mi 4 – in pratica, si tratta della sovrapposizione di due intervalli di quarta, quindi molto aperti – suonata a partire dal Mi, ancora una volta la nona dell’accordo: una nota del tutto assente dalla pentatonica di Re m. In ogni caso, continua ad apparirmi semplicemente come il primo grado della solita pentatonica di Mi minore, e la presenza del Si 4, che potrebbe far pensare alla scelta di suonare sull’accordo di Dm 7 il sesto grado del modo dorico costruito sulla scala di Do , mi spinge ancora una volta a identificare la pentatonica di Mi minore come scelta meno cervellotica di un musicista che non ha mai fatto mistero delle sue radici blues e soul.
La correttezza di questo modo di vedere le cose mi viene in qualche modo confermata dalla presenza da tante scelte compiute durante quel minuto e dodici secondi circa nel quale il sassofonista ha modo di dare la sua versione di quanto il testo canta. Tra queste scelte, la più eclatante è forse quella di continuare a suonare le note della pentatonica di Mi minore sul Sib maj 7: l’effetto è ovviamente stridente, il Si naturale suonato dal sax crea battimenti che è impossibile ignorare, ma funziona: anche la storia che racconta in quell’assolo si impone all’attenzione degli ascoltatori.
Più ci penso e più mi convinco: continuo a non trovare altro modo di definire tutto quanto detto fin’ora se non con l’aggettivo “dialettale”: un aggettivo che nel caso di questo assolo mi sembra calzare benissimo. Se l’idioma ufficiale jazzistico (sempre che ne esista uno) esige un maggiore rispetto per l’armonia del brano, Senese qui parla una lingua locale, una parlesia volutamente “povera” e consapevolmente “ignorante” (nel senso che decide di ignorare le indicazioni armoniche); meno ripulita, forse meno elegante, ma di sicuro più adatta a raccontare il disagio di cui si parla nel testo.
Decisamente da studiare e imparare a memoria.
Chiudo questo articolo con una considerazione a latere: il brano dura in tutto 2:46; di questo lasso di tempo alquanto breve l’assolo di Senese, iniziando a 1:33, se ne prende quasi lla metà (!) ed è quindi chiaro che alla parte strumentale è stato affidato un ruolo importantissimo nell’esprimere la poetica di quel brano. Questa constatazione immagino potrebbe dare luogo a tutta una serie di altre considerazioni circa come veniva interpretata all’epoca la musica pop non solo dai musicisti, ma anche e soprattutto dai produttori e dal pubblico, e mi riservo qui di esprimerne giusto una: se oggi, ascoltando un brano alla radio, un ragazzino ha soprattutto l’opportunità di sognare di diventare un cantante, all’epoca il ventaglio dei sogni consentiti, quasi tutti equiprobabili, era alquanto più ampio,
Ed è proprio così che molti di noi sono diventati strumentisti: ascoltando gli assoli posti al centro delle canzoni e nelle code di quei brani quasi sempre occupate dal secondo assolo del musicista che già prima aveva avuto uno spazio importante per raccontare in musica la sua “storia” personale, il suo “punto di vista”. Quelle code che sfumavano sulle ultime note in libertà del solista sembravano far intravedere a chi ascoltava alla radio un mondo fatato, appannaggio dei soli musicisti, e dal quale quindi lui era escluso. Un mondo desiderabile, pieno di magia, che era per alcuni di noi la vera perla di quel brano particolare e che ci spingeva a cercare compulsivamente sulle copertine il nome dello strumentista autore, con la sua chitarra, con il suo sax, con il piano, … e, a volte, pure con l’armonica, di quella magia.
Lo dico con rammarico, ma anche con un certo orgoglio misto a riconoscenza: grazie ad arrangiatori, produttori e cantanti di un mondo che oramai va tramontando con un fade out veloce e inesorabile, ho avuto la fortuna di vivere sul margine terminale di quel periodo storico. Sono “arrivato lungo”, ma nonostante tutto ho avuto l’opportunità, in alcuni dischi pop, di riempire quei classici momenti riservati al solista di turno con le mie note e le mie idee. Quando me ne rendo conto, rivado veloce con la memoria ai miei sogni musicali di ragazzino, e mi scopro felice ad aver avuto la fortuna di realizzarli.
Angelo Adamo
*Fantastico musicista che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere di persona in occasione della registrazione della mia armonica sul disco “Papaij” dello specialista di Mandolina Piero Gallo




