Aforisma 12: George Duke Dixit

Il titolo Backyard ritual del brano contenente il solo cui questo nuovo aforisma si riferisce appare alquanto enigmatico e, facendo riferimento a uno spazio ristretto e privato come il cortile dietro casa (backyard), potrebbe rimandare ad abitudini (ritual), immagino musicali, molto personali del famoso tastierista George Duke (1946-2013) che ne è il compositore.

Il brano compare nel disco Tutu (Warner Records, 1986) di Miles Davis ed è dedicato alla figura carismatica di Desmond Tutu, primo arcivescovo di colore del Sud Africa e premio Nobel per la pace, il quale si oppose con forza all’Apartheid e a ogni altra forma di oppressione dei popoli. Vale la pena ricordare che questo disco, con i suoi otto brani, cinque dei queli composti da Miller e i rimanenti scritti rispettivamente da Duke (Backyard Ritual), Scritti Politti (Perfect Way) e Prince (Full Nelson), un anno dopo la sua pubblicazione, valse a Davis la vittoria del Grammy Award.

La versione di Backyard ritual contenuta in Tutu presenta pure l’assolo del suo stesso compositore il quale per suonarlo optò per un suono che al primo ascolto mi trasse in inganno facendomi pensare a un clarinetto basso, strumento che amo, suonato dal poliedrico Miller (che pur essendo un bassista di fama internazionale, suona molti altri strumenti, compone e arrangia).

Da un punto di vista strutturale, questo brano di Duke è davvero semplice: la tonalità di base è Am e la sequenza di accordi della sezione A prevede piccole variazioni attorno alle note dell’accordo iniziale. Si passa infatti dal Am al F, e da questo secondo accoro al G2.

Alle otto battute della B viene invece affidato il compito di aprire il discorso musicale verso nuove direzioni, facendolo uscire dalla ripetitività di quei tre accordi e dal martellante riff di basso sentito fino a quel momento: l’armonia alterna A♭2 e A7 sus regalando una piacevole sensazione di sospensione. Miller tace, lasciando che sia il mignolo sinistro di Duke a sostenere dal basso l’edificio musicale suonando le note poste sotto gli accordi. Esse vanno a disegnare un lento arpeggio di Fmaj 7 a partire dal F, con ogni nota tenuta per ben due battute prima che il basso elettrico riprenda a suonare la figura martellante e ostinata caratterizzante tutta sezione A.

Ricordo che al primo ascolto, l’assolo qui riprodotto mi colpì soprattutto per la sua caratteristica di essere molto ritmico, tutto giocato sullo spostamento degli accenti. Nonostante questo suo modo quasi batteristico di stare sul tempo, per tutte le diciotto battute del solo Duke non rinuncia mai a una notevole cantabilità e invenzione melodica.

Quando affermo che a mio parere la caratteristica di questo assolo è di essere ritmico, mi riferisco alla cellula che il tastierista pone al centro dell’interpretazione del suo stesso brano. Come si può notare dalla mia non precisissima trascrizione, si tratta di una configurazione ricorrente, ovvero una quartina di biscrome che a volte pone sul battere, altre sul levare delle battute della sezione A e alla quale alterna pause sapientemente posizionate così da creare le necessarie attese e tensioni che si risolvono solo con l’entrata della tromba nella sezione B.

Spesso quelle quartine altro non sono che arpeggi di un accordo che abbia note in comune con quello sottostante (battuta 7, sul F arpeggio discendente della triade di Am e della triade ascendente di Em; battuta 8, su G2, arpeggio discendente di Bm7; Battuta 9, sullo stesso accordo, arpeggio discendente di Em7; battuta 12, arpeggi ascendenti di Em7 e di C9; battuta 13, arpeggio discendente di Em2) o di accordi a esso contigui che, cosa facilmente verificabile per chi sa suonare il pianoforte, probabilmente nascono da una certa “convenienza” esecutiva offerta dalla facile diteggiatura.

Qui il tastierista californiano continua a ricamare sullo sfondo delle poche, sapienti note della tromba di  Davis, suonando frasi ora meno rigide, più morbide e veloci – a battuta 15 usa una scala Dorica di Fa per poi finire discendendo cromaticamente verso il sol 4, nota che chiude il suo solo.

Data la tonalità del brano, questo assolo non è particolarmente difficile da suonare sull’armonica, a patto però che si faccia uso del tongue shifting, tecnica che, data la velocità della registrazione, credo si renda necessaria per non sporcare i veloci salti tra fori lontani imposti dall’uso delle biscrome di quelle quartine su un tempo di base di 90-91 BPM.  

Chiudo questo articolo con una raccomandazione forse utile: se si desidera rimanere aderenti alla scelta di Duke di suonare tra la terza ottava e la sesta, non si può evitare di usare una cromatica a 64 voci, quella che io prediligo: strumento che consente di arrivare al mi 3 della settima battuta, punto più grave di tutta la trascrizione. Diversamente, si potrà optare per l’uso di una 48 voci trasportando tutto l’assolo un’ottava più in alto.

Angelo Adamo